Sapienza’s Life – Verbalizzazione 1

Sono le 11.40 e faranno 35 gradi (all’ombra). Quando esco dalla fermata della metro, un’ondata di aria pesante (afa, sudore, benzene, ristorante cinese…) e viziata mi stringe la gola. Sono tentato di ridiscendere nelle cavità umidicce e fresche violentate dalla ferraglia ogni cinque minuti. Arrivo sudato e trafelato al Dipartimento, è tardi, ma non me ne preoccupo, è una verbalizzazione chissà la gente che ci sarà, penso. Davanti la stanza del prof., infatti, c’è solo una ragazza, che saluto a mezza voce. Avrà 19 anni, la guardo per un istante, sbircio nell’ufficio come per chiederle se deve entrare. La sua risposta è quasi acida: “Può accomodarsi…”. Mi da del lei? Boh…

Prego si accomodi. Nome e Cognome. E’ prenotato? Si. Ha la ricevuta di prenotazione? No. Non è un problema. Ecco il suo compito.
“Guardi, mi sono impanicato sul primo e secondo quesito e me ne sono reso conto troppo tardi così ho dovuto fare di fretta gli altri…”
“Bè vedo che anche oggi è in ritardo.”
Non lo dice con cattiveria. Anzi. Una battuta. La prendo come tale: sorrido.
Suda anche lui, il prof., ha la fronte imperlata di goccioline che però non si muovono, sembrano incollate, e i capelli umidi e appicicaticci sulla fronte che pian piano si sta stempiando.40 enne, in carne, barba incolta, colore smorto, occhi cerchiati. E’ come ti aspetteresti di trovare un ex nerd che ha accettato la vita accademica. Prende una bottiglia d’acqua, si attacca avidamente. Prendo il mio gatorade fresco di macchinetta e lo faccio anch’io.

“Ah qui c’è un errore. Qui un altro. Qui a differenza della maggior parte degli altri ha capito che la macchina di Moore in uscita doveva avere subito un 1, però poi come mai non ha codificato gli stati?”
Sorrido. Dovrei incupirmi, guardandolo dritto negli occhi e fargli notare che ci ho messo quaranta minuti per capire che lì ci andava un 1 e non uno 0. Dovrei chiedergli se era più importante capire dove andava l’1 o era più importante codificare gli stati e realizzare il circuito. Realizzare un circuito che fà tutt’altra cosa rispetto quella chiesta, valeva di più che intuire qual’era la strada giusta per realizzarlo? Si, a qanto pare. E allora perchè fai dei rebus da decifrare invece di chiedere di realizzare un circuito?

Invece, lentamente, gli allargo davanti i fogli protocollo e gli faccio notare i dieci o più disegnini diversi di cerchietti, frecce uni e zeri che si intrecciano e si intravedono sotto le cancellature, che dovrebbero essere diagrammi di macchine a stati finiti. Dopo un pò, sorpreso e quasi dispiaciuto, scuote la testa: “Purtroppo non posso accettarlo, mi dispiace.”
“Certo che su queste due domande è stato molto sintetico.”
“Si lo so, purtroppo il tempo, sa, 100 minuti mi sono parsi all’inizio un eternità, poi in realtà…”
“E l’assembler?”
“Guardi anche qui ho perso tempo: non ho pensato al fatto che potevo usare gli AND per capire quando nella sequenza di byte c’era un valore pari, il chè significava alla fine di andare a controllare ogni volta il valore dell’ultimo bit del numero, così ho pensato che in realtà un valore diviso per due è pari se il resto della divisione per due è zero.”

Cerco nei suoi occhi una risposta. Mi guarda sorpreso: fare una divisione in assembler è qualcosa di pesante, sia da parte del programmatore che la deve implementare (la divisione è un algoritmo, la addizione è una operazione meccanica tra i registri del processore) che da parte del processore. Continuo speranzoso.
“Infatti qui ho perso altro tempo per scrivere un algoritmo per la divisione e quando stavo finendo di scrivere i salti incondizionati lei mi ha ritirato il compito. Ricorda?”
“Si. Ricordo, lei è stato l’ultimo a consegnare. Però in verita, come ha fatto la maggior parte dei suoi colleghi, era sufficiente lasciare un commento dicendo che c’era un algoritmo che avrebbe selezionato i valori pari e poi esplicitarmi in assembler i cicli per i salti. Sarebbe stato sufficiente”
Sorrido. E allora perchè non lo scrivi nel testo del quesito che è sufficiente scrivere il codice per i salti?
“Mi dispiace ma deve tornare la prossima volta.”
Sorrido.
“Grazie e arrivederci.”
“Arrivederci”
Sorridiamo.

Mentre esco sorrido e mi chiedo: “Ma che cazzo c’avrò da sorridere?”

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